
Proseguono sotto le riflessioni precedenti di:
"Intelligenza Artificiale = Ignoranza Reale (1° Parte)";
"Intelligenza Artificiale = Ignoranza Reale (2° Parte)"
con la terza parte.
In questi ultimi mesi, si è accesa una luce critica nei confronti della AI in contrasto agli articoli osannanti al miracolo della computerizzazione che avrebbe reso inutile “l’umano”.
Sono voci ancora flebili e non riportate e rimbalzate tra i vari media probabilmente perché non ne capiscono neanche il tema di base, ma molto probabilmente perché dal punto di vista di chi sostiene la IA a spada tratta, chi si oppone alla vulgata è sempre un negazionista, dei grandi benefici della IA in questo specifico caso.
Fissato il punto cruciale che ogni IA in realtà è un coacervo di istruzioni e di vincoli introdotti dai team che concorrono allo sviluppo di quella specifica IA, è da focalizzare l’attenzione anche su come questa AI viene “addestrata” e su quale mole di dati, documenti, immagini ecc. presi da quali fonti e scritte in quali lingue.
Soprattutto la domanda è: censurando quanta e quale parte dell’informazione, oscurando o modificando quanta e quale parte dell’immagine, del filmato, ecc. La esperienza di questi ultimi tempi - che hanno visto anche politici coinvolti in filmati “creati” ad hoc dalla IA e di cui i soggetti hanno rinnegato il contenuto e minacciato azioni legali - apre solo un piccolo spiraglio sul fatto che una IA può rispondere a comandi “malevoli” senza che i diretti interessati possano difendersi se non a posteriori, con un aspetto inquietante del problema: a loro soggetti - usati anche in modo malevolo - l’onere della prova della loro “innocenza” contrariamente a quanto previsto da tutti i codici di diritto dei Paesi civili, dove la prova è a carico dell’accusa.
Nessuno pensi di essere esente da un problema del genere: siamo tutti potenzialmente vittime del primo malintenzionato che con l’ausilio della IA può accedere a nostri dati anche parziali e intervenire a modificarli creando simulacri di realtà dove metterci alla berlina o peggio.
Già a sua epoca, quando esplose il fenomeno Facebook (e quindi parlo dei primi anni ‘90) cercai di mettere in guardia le persone dal pubblicare pezzi o informazioni della loro vita privata su quella bacheca digitale aperta a miliardi di potenziali lettori, e non è detto che fossero tutti ben intenzionati. La risposta che ricevetti immancabilmente era sempre la stessa:”ma è così comodo”. Per fare cosa? Risposte non pervenute. Era - e ancora oggi è – solo un problema di vanagloria, di vanità, di far vedere che in fondo si esiste. Tanto è vero che quando dici che non vuoi essere su WhatsApp, su Facebook, ecc. ti guardano come un paria. Poi quando si ritrovano la casa svaligiata solo perché “ti sei vantato sul social delle tue splendide vacanze che stai trascorrendo nei posti esotici”, si svegliano dalla “sbronza di apparire” e piangono i beni perduti…
Tornando alle IA, seguono tutte lo stesso percorso evolutivo: team di programmatori che scrivono istruzioni per rispondere alle possibili domande, ricerca di tutte le banche dati possibili per alimentare la IA con dati e documenti che contengano materia possibile oggetto delle risposte da approntare, scalettatura ed esplicitazione dei vincoli per escludere quei temi che non fanno parte della risposta o che non si gradisce che siano compresi nella stessa (esempio quanto è successo a Twitter quando è stata trasformata in X e alla IA Grock: sono stati rimossi molti dei vincoli imposti a seguito dei dettami “woke”). Si è arrivati all’assurdo di eliminare dalle risposte tutti quei dati, documenti e altro solo perché non rispondenti a un credo, a un politicamente corretto, a una presunta inclusione, come anche i fatti di una realtà che si vuole negare a ogni costo perché dissonante rispetto a una vulgata che si vuole reale a ogni costo.
Quello che dovrebbe essere fonte di profonda riflessione è il pericolo rappresentato dall’affidarsi ciecamente all’IA sostituendo il pensiero critico, ossia la capacità del proprio cervello di dubitare e pensare in maniera critica, riducendo l’essenza umana a una pecora obbediente al “pensiero artificiale” che come spiegato sin qui non è pensiero, ma solo un “puzzle” di informazioni raccolte in giro e assemblate secondo regole note solo ai pochi che le hanno stabilite. É questo che deve spaventare: la riduzione delle persone e massa informe non pensante ma manipolabile secondo scopi che potrebbero essere “oscuri”.
Non si deve dimenticare che l’uomo è diventato tale nel corso dei secoli proprio in virtù del suo pensiero critico e della capacità di studiare, analizzare, dedurre e spiegare scientificamente la realtà, non obbedendo a ideologie che spesso sembrano più dei credi fideistici diversamente riposti.
La IA è solo uno dei tanti prodotti dell’uomo e come tale ha difetti e pregi; tra i difetti c’è anche l’ignoranza che l’uomo può traspondere nella macchina perché semplicemente l’uomo ha il difetto di evidenziare quello che crede di sapere, e mai quelli che sono i propri limiti o quello che semplicemente non sa.
É per questo che parlo di Ignoranza Reale: affidarsi all’IA senza esercitare il confronto, lo studio e l’analisi significa cedere alla macchina la propria capacità di pensiero, diventando incapaci di pensare autonomamente, ossia ignoranti nella sostanza.
Roma, 10 novembre 2025
D.ssa Federica Silvestrini Responsabile del Dipartimento I.A. e Cyber Security



