Domenica, 25-01-2026

Intelligenza Artificiale

Proseguono sotto le riflessioni di "Intelligenza Artificiale = Ignoranza Reale (1° Parte)" con la seconda parte...

Per capire meglio, si devono approfondire alcuni aspetti solo larvatamente cennati dalle domande formulate precedentemente.

Premetto un antefatto per seguire meglio il ragionamento: le mode della informatica. Gli slogan del passato: ricordate il cloud? Tutto era buono perché era in cloud. Tutti si precipitavano ad avere e offrire servizi in cloud per essere “a la page”, la tecnologia del momento che faceva molto moderno, evoluto ecc. Se era in cloud era sicuramente l’ultimo grido della evoluzione tecnologica.

In realtà quella che personalmente definisco “la grande truffa”: riportava indietro l’informatica di alcuni decenni, alle architetture master-slave tipiche del mainframe-terminale dove i dati e i programmi soggiacevano al controllo di pochi, mentre i terminalisti erano dei poveri esecutori di data entry che alimentavano banche dati sulle cui finalità non avevano alcun tipo di visibilità ma neanche alcuna contezza.

Con il cloud (ossia nuvola) si ottenebrava non solo la vista ma anche il cervello degli utilizzatori di quel “sistema”. Nessuna possibilità di controllo di dove finissero i dati, nessuna possibilità di verifica dell’uso che ne veniva fatto, nessuna possibilità di accertare” dove” realmente fossero, di quante copie ne esistessero, di chi poteva entrarne in possesso, per quali scopi, ecc. Nessuna possibilità di esercitare il diritto alla privacy e di tutela della riservatezza, visto che neanche era possibile capire a quale forum competente fosse possibile rivolgersi nel caso se ne avesse bisogno. Il proprietario del cloud? Il proprietario del servizio in cloud? L’utente che sfrutta un servizio cloud per costruire a sua volta un servizio specifico sempre in cloud? Molti casi di cronaca anche nera avvenuti negli anni passati hanno evidenziato questi problemi portati alla ribalta da conflitti a carattere internazionale: il caso del cellulare di una persona morta dove il produttore si rifiutava di effettuare lo sblocco della password per gli eredi del defunto, oppure la guerra tra un detentore di un cloud in America e i Paesi europei per tasse e simili evasi, oppure la stessa diatriba per la differente interpretazione del concetto di privacy tra gestori di piattaforme e soggetti interessati a vario titolo ai contenuti delle stesse piattaforme. Ma anche così si ha solo una larvata idea dei problemi generati da questi mostri della informatica.

Durante questo periodo di oscuramento/ottenebramento della sensibilità delle persone alla tutela della propria sfera privata (che è il vero concetto alla base della privacy, e non è casuale che oggi il garante italiano della privacy ha modificato il proprio nome istituzionale in Garante della protezione dei dati personali anche se il suo dominio ha mantenuto l’indirizzo garanteprivacy.it), le piattaforme hanno ingurgitato quantità mostruose di dati, immagini, filmati, documenti, ecc.

Più cresce la montagna dei dati e delle informazioni, più diventa difficile reperirli vista la loro disseminazione non solo tra banche dati diverse, ma confini diversi, sistemi, lingue ecc. diffuse e connesse sull’intero orbe terraqueo.

In origine nascono i motori di ricerca: soddisfano la necessità di trovare tra le montagne di dati cumulati quelli che corrispondono alla nostra ricerca. È così che nascono le prime esperienze di costruzioni di relazioni tra dati detenuti in banche dati diverse e diversamente dislocate sulla superficie terrestre, relazioni e correlazioni impostate da analisti diversi, principalmente di lingua madre inglese, e culture diverse. Le loro esperienze non possono non condizionare il disegno stesso della struttura del motore di ricerca condizionando nel contempo anche i risultati poi elaborati dallo stesso motore: provate a fare una ricerca con due motori diversi e non meravigliatevi se i risultati forniti non sono gli stessi e nello stesso ordine. È la prova provata che l’uomo (meglio gli uomini o il team di sviluppatori) che ha costruito quel motore ha plasmato il motore secondo il proprio sentire.

Oggi potremmo schematizzare l’evoluzione secondo questi due successivi passi:

Interrelazioni tra banche dati: motori di ricerca

Interrelazioni tra piattaforme: IA

Ricercare nelle piattaforme social i contenuti organizzati per argomenti è più complesso che cercare semplici dati correlati per tema o similitudine o altro ancora.

Lo sviluppo di algoritmi che consentissero la possibilità di stabilire tali connessioni ha portato a un livello successivo definito Intelligenza Artificiale ben descritto dalla Treccani, come riportato all’inizio di questo articolo.

Alla luce del breve excursus sin qui operato da non considerarsi esaustivo, le domande che sorgono sono tante: chi ha creato le relazioni? Con quali criteri? Utilizzando quale lingua? Riferendosi implicitamente a quale cultura? Secondo quali criteri personali (che possono non coincidere esattamente con la cultura dei soggetti studiosi/analisti/sviluppatori/realizzatori)? Imponendo quali limiti espressivi? Quali i “non limiti”? E altre domande ancora che come le ciliegie una tira l’altra …

Continuo a parlare di computer perché la AI come anche la IA sono entità che non esistono se non come programmi molto sofisticati che simulano deduzioni e argomentazione in base ai dati che gli sono stati dati in pasto e agli “addestramenti” effettuati dai vari soggetti che intervengono nello sviluppo (studiosi/analisti/sviluppatori/realizzatori) per imporre quei filtri e vincoli che guidano le risposte verso risultati “esatti” nel senso che sono esatti secondo il credo di chi sta progettando la IA e non in valore assoluto.

Fin qui, c’è abbondante materia per riflettere e crearsi un proprio schema di riferimento, per cui rimando alla prossima puntata l’esposizione di altro materiale su cui forse è opportuno continuare a riflettere.

Roma, 10 novembre 2025 

D.ssa Federica Silvestrini Responsabile del Dipartimento I.A. e Cyber Security

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